Because last night belongs to US … #SfogliandoIlMondo #6

Buonasera a tutti!

Ci siete? Lo so che è domenica, lo so che il tempo (almeno saltuariamente) è bello quindi sarete portati a gironzolare qua e là, a sfruttare la giornata di riposo per qualche gita fuori porta ma … Ormai è tardi, quindi potete risintonizzarvi tutti sui vostri pc, meglio ancora se siete su questo mio piccolo angolino digitale, perché devo ASSOLUTAMENTE raccontarvi un paio di cose.

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Innanzitutto, come avrete capito, siamo all’interno della rubrica Sfogliando il mondo che è ormai giunta al suo sesto appuntamento.

posterMai rubrica è stata più adatta, a mio parere, per trattare il concerto che si è svolto ieri sera a Torino, in occasione di quello che è considerato (a ragione e a pienissimo titolo) l’evento di apertura del Salone Internazionale del libro che, come penso saprete, ha come sottotitolo Oltre il confine e aprirà le porte il 18 Maggio 2017.

Ieri sera dunque, 6 Maggio 2017, ha preso vita, presso l’Auditorium Rai di via Rossini (che, per chi non è pratico, è una struttura in pieno centro di Torino, nei pressi della Mole Antonelliana, fatta di curve, soffitto artisticamente perfetto e colonne dorate ai lati), uno dei concerti più vibranti e autentici.

IMG-20170507-WA0003Patti Smith, la sacerdotessa del rock, la poetessa del punk, l’artista, la donna, l’anticonformista, la madre, LEI, insomma, si è imposta come regina assoluta, insieme al suo bassista di sempre, Tony Shanahan, al batterista Jay Dee Daugherty e ai suoi due figli, Jackson e Jesse Smith (rispettivamente alla chitarra e al piano).

La sottoscritta era presente (sentite le urla di giubilo arrivare anche nelle vostre case? Tutta colpa mia insomma)!!!!!!!

Ragazzi … Uno spettacolo FANTASTICO!

Partito con qualche singhiozzo a causa di un malfunzionamento della chitarra proprio di Jackson (abilissimo a riparare l’intoppo e a intrattenere il pubblico), si è poi aperto come uno spartito dalle battute e dagli ingranaggi ben oliati, in un tripudio di forza, intensità, passione e suoni.

Il brano che la Smith scrive per la figlia Jesse, Wing, fa da apripista e poi, tra canzoni più o meno note, la magia è servita.

DSC_0017.JPGPatti Smith è una forza e un’artista immensa: tiene il palco come solo una vera anticonformista sa fare, saltellando qua e là, incitando la platea e la galleria, facendo cadere aste e microfoni (per la gioia del fonico di turno) … Una vera punk, una vera sovversiva che però cura, nel minimo dettaglio, la sua messa in scena.

Ogni brano è infatti il tassello perfetto per un messaggio più ampio che parte dal canto di una madre ad una figlia, passa ai successi di Horses (il celebre album che contiene, tra gli altri, Redondo Beach ) e giunge ai famosissimi Dancing Barefoot Because the night, cantati a squarcia gola non solo da lei, accompagnata magistralmente dal fedelissimo Tony, ma da tutto il pubblico in sala.

La magia che si respira in ambienti e spettacoli del genere è davvero difficile da descrivere perché per chi è lì, presente, è un qualcosa di palpabile: ti dà l’idea che sia un’emozione di grinta, rabbia, voglia di vivere e amore che aleggia tra te e le altre centinaia di persone e ti fa quasi venir voglia di alzare lo sguardo e tentare di toccarla, di afferrarla con mano.

Non so come dirlo diversamente, ma Patti Smith è davvero un’artista nel senso più completo del termine: non canta soltanto, non saltella soltanto, non si sbraccia soltanto ma emoziona, comunica, esprime. Lei chiacchiera, tra una canzone e l’altra, come se il suo pubblico fosse formato da persone che conosce da sempre, racconta aneddoti, fa battute, tenta un approccio in lingua italiana ma poi si perde, nasconde il viso tra le mani e chiede scusa.

DSC_0019.JPGE’ una comunicatrice eccezionale che invita i giovani a cross over, ad andare oltre; che esprime rabbia e forza in canzoni come Beneath the Southern Cross, resa magistralmente con uno stacco di pura chitarra suonata non solo con le corde ma con tutta la cassa, facendo sentire e risuonare la materia del legno, con un’alchimia tra lei e Shanahan pazzesca; che punta a far riflettere, affermando che le imperfezioni rendono la vita sorprendente, che l’undicesimo comandamento consiste nell’amarsi, l’un l’altro, che PEOPLE HAVE THE POWER (le persone hanno il potere) di usare la loro voce, sempre.

… USE YOUR VOICE!

E poi chiude, dopo più di un’ora e mezza di successi suoi, di Bob Dylan, di Prince, proprio con una canzone chiesta a gran voce, Gloria … Introdotta dall’ormai celebre verso: Jesus died for somobody’s sins but not mine.

Unica. Vera. Convincente. Meravigliosamente imperfetta. Lei … Patti Smith ha aperto il susseguirsi di eventi che ci porteranno al Salone Internazionale del Libro di Torino e ha animato una serata iniziata con la pioggia, concludendola con la luna nel cielo, la Mole dall’altro lato, e un grido comune di quanto, davvero, le persone possano fare se solo hanno la voglia e la passione per farlo.souvenirs

Grazie Patti Smith!

Grazie alla band!

Grazie Torino!

E grazie a my mum che mi ha accompagnato!

Qui, sul blog, ci rivediamo presto! A Torino, ci si ritrova al Salone! Fatevi poi riconoscere, mi raccomando!!

Ps. Scusate la scarsa qualità delle fotografie ma ero un attimo presa da altro! (Sorry not Sorry) …

Rachel

© Rachel Sandman

Robert Mapplethorpe a Torino

Il 30 Dicembre 1946, a Chicago, nasceva Patti Smith.

A pochi giorni dal suo settantesimo compleanno (Happy Birthday Patti!), a poco più di 70 anni di distanza da quel lunedì e, ahimé, a chilometri di distanza dalla città del vento, mi ritrovo qui a parlarvi di un evento unico che è la cornice perfetta per onorare il compleanno della sacerdotessa del rock e per scoprire, o riscoprire, uno dei fotografi più irriverenti e scomodi della storia più o meno recente: la mostra dell’anima gemella della Smith, Robert Mapplethorpe.

La Galleria Franco Noero di Torino ha allestito, per la prima volta nelle sale che danno su piazza Carignano (al civico numero 2, in un edificio di fine Settecento) una personale in collaborazione con The Robert Mapplethorpe Foundation.

Una mostra che è un viaggio crudo e concreto tra le passioni di Mapplethorpe e le sue idee anticonformiste e estreme, reso nella maniera più nitida possibile.

Le sale che ospitano i 98 scatti sono cornici scarne ma assolutamente perfette che, con le loro volte immense, gli affreschi orientaleggianti e i pavimenti in legno scricchiolante, rendono le opere di Robert come fari abbaglianti che avvolgono, coinvolgono e colpiscono chiunque visiti la mostra.

L’intera carrellata di scatti e il susseguirsi delle tematiche si srotolano, sala dopo sala, in una sorta di fuga al rallentatore che sboccia, qua e là, in fotografie dall’impatto assoluto e che tolgono il fiato.

15057867_676742955826917_1618797305_nImmenso e intrepido è l’Autoritratto che, grazie anche a un gioco di specchi mirabilmente usato e diretto, crea una vera calamita per il visitatore che, in ogni angolo, si sente in qualche modo osservato e analizzato dallo sguardo onnisciente del fotografo fotografato.

Il genio di Mapplethorpe luccica dietro ad ogni fotografia, dietro ad ogni scatto catturato nel momento perfetto, in un gioco di luci e ombre, di strutture fisiche e architetturali che si mostrano solide e morbide al tempo stesso.

La delicatezza dei fiori, misteriosi e ambigui, accompagna le menti curiose di chi si addentra, passo dopo passo, in una delle mostre più belle e chiare degli ultimi anni.

La grandezza sta nella semplicità dell’insieme, presentato senza fronzoli e decori inutili, lasciando agli scatti il ruolo di veri protagonisti dello spettacolo che prende il via, attraverso fotografie di volti e architetture classiche, di corpi e anime messe a nudo.

15822458_1236115163137810_1623154400_nOvviamente, in un evento del genere, non poteva mancare lei, la grande musa: Patti Smith c’è ed è così grande da essere immersa negli altri senza sovrastarli o contrastarli. I due scatti che la coinvolgono in prima persona sono entrambi potenti nel loro essere totalmente diversi.

Due accortezze per i visitatori.

Prima di immergervi e perdervi nella contemplazione delle opere, munitevi di piantina gentilmente fornita dall’organizzazione. Oppure, altra possibile soluzione per non perdervi nessun dettaglio e per vivere, grazie ai titoli delle singole fotografie, un’esperienza completa, fate come la sottoscritta: gironzolate qua e là, guidati dall’istinto, e poi, in un secondo momento, munitevi di mappa e rifatevi nuovamente gli occhi.

Infine: fate particolare attenzione. Non so se sia un fatto realmente voluto da chi ha allestito la mostra o se sia una coincidenza, una di quelle legate al destino e alle anime inevitabilmente e imprescindibilmente legate, ma respirate davvero l’opera che vede la grande Patti Smith in primo piano, di profilo. Ammirate lei, le linee solide del suo viso, l’ammasso incasinato dei suoi capelli e poi … Seguite il suo sguardo. Riuscite a indovinare dove è diretto?

Questa è grandiosità. Magia. Unione di anime. Perfezione.

Se ancora non le ho scritte, ecco qui le note tecniche per la visita.

Allora, la Galleria Franco Noero si trova a Torino in Piazza Carignano n° 2 (per chi conosce un po’ la zona, è la piazzetta dietro l’ingresso del Museo del Risorgimento). La mostra personale di Robert Mapplethorpe sarà visitabile fino all’11 Febbraio 2017 nei seguenti orari: dal mercoledì alla domenica (dalle h. 12.00 alle h. 20.00). L’ingresso è completamente GRATUITO.

Siete ancora qui a leggere? Ma siete pazzi? Alzatevi e correte! Non perdetevi questa mostra, se potete!

NB. Chi mi conosce sa che non c’è mostra senza il mio personale consiglio su: canzoni ideali da ascoltare durante la visita.

Ecco le mie scelte, ovviamente tutte firmate Patti Smith:

  • Wild Leaves;
  • Little Emerald Bird;
  • Horses.

Buona visita! E buon ascolto!

xoxo

Rachel

© Rachel Sandman

Ascoltate l’Urlo … Prima che diventi Eco …

Mi sono chiesta, più volte, se scrivere o meno questo post.

Ho analizzato la cosa, abbozzato qualche idea, cancellato il tutto, ricominciato.

Forse non è il modo giusto, forse non è il luogo giusto, forse si può pensare sia bigotto o quanto meno una scelta particolare … Ma alla fine sono qui.

Perché questa storia merita di essere raccontata, almeno in parte, almeno per quanto mi riguarda.

Ho tolto i sassi dalle scarpe
e levigato i calli
da Roma Nord fino alle Ande
diventando grande,
ho fatto passi in queste lande
degni dei giganti
per ritrovarmi in ogni caso
a casa fra le carte …

Capita spesso, soprattutto in questi ultimi anni, di appassionarsi a reality show, talent, programmi di vario genere e capita, più o meno raramente invece, di essere colpiti da qualcuno che ha quel qualcosa in più, quell’X Factor che non è l’estensione vocale o il passo di danza impeccabile, ma è una sorta di aura che avvolge e coinvolge chi ascolta, chi guarda, chi sta attorno.

Ecco … In una società come quella di oggi capita spesso di appassionarsi ai ragazzi, più o meno giovani, che partecipano a questi programmi, di seguirli, di diventare loro fan e poi …

Poi talvolta ci si scorda di loro. Il supporto resta un mi piace rauco e stanco in uno dei tanti post di Facebook, un cuoricino stampato su una foto di Instagram, un retweet sul social dei cinguettii.

Non voglio essere ipocrita, è successo anche a me.

Tifi per qualcuno, poi questo vince o perde o sparisce e tu … Tu lo dimentichi.

La gente si dimentica
si scorda in un secondo
anche soltanto che tu possa stare al mondo
ma come disse un sommo dall’alto del suo intelletto
non puoi fermare il vento,
solo fargli perder tempo …

Vittorio è stato uno di quei ragazzi, uno dei tanti che è passato in uno di quei fantomatici reality/talent e che, esattamente un mese fa, è volato via.

Un rapper paranoico, dallo stile secco, asciutto e senza filtri. Un ragazzo con piercing e capelli rasta, con gli occhiali dalla montatura rotonda e il sorriso impresso sul viso.

Un’anima particolare, senza dubbio.

Un creativo, vivace e fragile allo stesso tempo, pieno di colori come una foglia d’autunno che, in un niente, si accartoccia su se stessa, si sposta in balia del vento avverso e perisce, nel nulla, lasciando però una traccia impercettibile ma presente.

Petrolio, la canzone di Cranio Randagio, è la scia, la traccia.

Anche chi, come me, ha perso l’urlo di questo ragazzo di vent’anni in mezzo al frastuono, al chiasso del mondo, rendendolo silenzio, grazie a questi versi ottiene una possibilità.

Questa è un’occasione unica che, sentita a posteriori, dà i brividi ma che va sfruttata, assolutamente.

Questo testo ha, secondo me, lasciato l’impronta, un’eco infinita che, se ascoltata, ti scaglia addosso riferimenti più o meno velati alla letteratura contemporanea, ai grandi successi cinematografici e, soprattutto, alla vita: quella vera, sia chiaro!

Nessun fatto romanzato, niente abbellimenti scenici, solo episodi chiari e crudi, nella loro semplicità più dura.

… lei mi vuole ai talent
dice che il talento vale il doppio quando è in copertina
non ci arriva che mi dovrei ricoprire di mantelli come Harry fino a scomparire
qua la fama è fieno nel fienile
e se il fattore arriva infilza col forcone fotte tutte le tue aspettative.
È facile perire … 

Il rap, si sa, non è il genere che ascolto normalmente; tanto meno la musica italiana in generale, ma questi versi hanno quel famoso qualcosa.

Ti corrodono dentro, come un martellare in testa infinito che ti si scaglia addosso senza giubbotto di salvataggio e ti inabissa, in un vortice fatto di esperienze, vita, scelte, più o meno discutibili, certo, ma non per questo da condannare, a priori.

Invito voi, lettori, chiunque avrà occasione di leggere queste mie poche parole, per caso o per fiducia, ad ascoltare questa canzone, a viverla, a respirarla, a sentirla con attenzione. Prendetevi 4 minuti e 11 secondi, mettetevi un paio di cuffie e riflettete, fino all’ultimo verso, fino all’ultima nota suonata.

Non interrompete a metà, continuate: fate risuonare nelle vostre orecchie, nella vostra auto, nella radio del vostro negozio, tra le pareti di casa il suono e la voce di questo giovane che tanto aveva da dire e tanto ha detto, nonostante tutto, nonostante tutti.

Io volerò, volerò via
come un gabbiano pure se il petrolio mi pesa sul torso smorzando la scia
io volerò via, io volerò via
perché nel cielo c’è molto di più
che in questa terra sbranata da gru
che in questo oceano sempre meno blu …

Buon viaggio, Vittorio. Buon viaggio, Cranio Randagio …

Nessun non ce la farai
vale quanto un non mollare.

Rachel

© Rachel Sandman

IMAGINE ALL THE PEOPLE … LIVING LIFE IN PEACE … #Remember #13November2015

Un anno fa.

Esattamente un anno fa il mondo veniva capovolto, scrollato, svegliato di soprassalto.

Il suono di spari e bombe. Il grido insensato di menti malate. Le urla strazianti di vittime senza colpa.

Esattamente un anno fa, a Parigi, al Bataclan, ad un concerto di musica rock, la libertà di espressione, la musica, i giovani, le persone, il mondo, tutti abbiamo dovuto aprire gli occhi di fronte ad una tragedia contemporanea e mondiale.

Riporto quindi qui, così come è apparso il 16 Novembre 2015, sul numero 9 della rivista Art’s Creation, un articolo che ho scritto di mio pugno e di getto, a pochi giorni di distanza da quel 13 Novembre ancora troppo fresco nella memoria di molti e che è entrato, di diritto e purtroppo, nelle pagine dei libri di storia contemporanea.

Una riflessione, uno spunto, uno sfogo … Per ricordare quello che è stato. Per ricordare quello che è.

Per non dimenticare mai il 13.11.2015.


You may say I’m a dreamer … But I’m not the only one

… people have the power to redeem the work of fools …

[le persone hanno il potere di redimere l’opera dei pazzi]

La musica è un linguaggio universale. La musica è ciò che unisce le persone senza distinzione di sesso, nazione, orientamento politico, religione.

La musica crea alchimia. La musica crea atmosfera. La musica ti fa ridere, quasi fino alle lacrime. La musica ti distrugge, solcando un buco profondo in mezzo al petto.

Io vivo di musica. Io respiro musica. Io mi nutro di musica.

La ascolto in macchina, volume a palla quando alla radio passano un pezzo per me particolarmente unico e significativo.

La ascolto mentre studio, come sottofondo ai noiosi capitoli di linguistica che altrimenti mi manderebbero letteralmente fuori di testa.

La ascolto quando scrivo, base vibrante di ogni idea prodotta dalla mia mente, supporto per ogni mia storia creata.

La ascolto quando vado a correre, come fattore essenziale per spingermi al limite, per muovere le gambe, per accelerare.

La ascolto. La vivo. La respiro.

La musica è un groviglio unico, un gomitolo di fili di lana dai colori diversi ma tutti simili. Tutti uniti. Tutti concatenati.

peace parisMusica classica. Musica pop. Musica rock. Musica punk. Musica metal. Musica alternativa. Musica hindie. Musica country. Musica rap. Musica grunge. Etichette inutili per un unico linguaggio dal carattere universale e univoco.

La musica è come le persone. Bianchi. Neri. Rossi. Gialli. Cristiani. Musulmani. Induisti. Italiani. Americani. Francesi. Libanesi. Tutte etichette inutili per descrivere quelli che, alla base, sotto una coltre di pregiudizi, caratteri, vestiti, sono tutti esseri umani.

La musica è rivelazione, diceva Beethoven. La musica è basata sull’armonia tra Cielo e Terra, diceva Hesse. La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori, diceva Bach. La musica è la voce che dice che la razza umana è più grande di quanto lei stessa sappia, diceva Garretty.

Il bello della musica è che quando ti colpisce non senti dolore, diceva Bob Dylan.

Peccato che, nel mondo malato di oggi, andare ad un concerto può essere sinonimo di fine. Brutale. Inspiegabile. Inaccettabile.

E non cambia se al Bataclan, centro fiorente del melting pot parigino, quel venerdì 13 novembre c’erano gli Eagles of Death Metal che suonavano. Non cambia se si trattava di un teatro piuttosto che uno stadio. Poteva accadere ovunque, in qualsiasi momento: la sera dopo, al concerto degli U2, per esempio. Oppure poteva essere in quello stesso luogo mesi prima, l’8 Maggio, quando i Thirty Seconds to Mars sono saliti, tutti e tre, formazione completa, su quello stesso palco, per iniziare lo spettacolo cantando Closer to the Edge.

Questo mondo è un mondo malato, marcio fino al midollo, fino alle interiora: sta a noi però scegliere. Sta a noi decidere. Sta a noi dire l’ultima parola.

… The power to dream, to rule,
to wrestle the world from fools …
it’s decreed the people rule …

[… Il potere di sognare, di dettare le regole, di lottare per cacciare dal mondo i folli … è promulgata la legge della gente]

Perché la vita funziona come un vecchio giradischi: va avanti finché la puntina non giunge alla fine dell’ultima canzone del lato dell’album che ruota attorno al perno e scatta, con un sonoro ‘tac’, per tornare indietro e fermarsi del tutto.

Sta a noi scegliere se lasciarla lì, ferma, a prendere polvere, timorosa di avventurarsi su un nuovo sentiero, o se decidere di alzarci dal divano, afferrarla e posizionarla nel punto corretto, per lasciare fluire ancora quel linguaggio, quel suono che non potrà mai essere azzittito: semplicemente musica.

Perché finché una sola canzone risuonerà tra le mura di un palazzo, finché una batteria farà rullare i suoi piatti, finché un pianoforte scivolerà i suoi tasti in una stanza, finché una chitarra vibrerà le sue corde in una strada affollata, saremo NOI ad avere vinto.

PEOPLE HAVE THE POWER!

  • Titolo dell’articolo: Imagine – John Lennon (1971)
  • Citazioni nell’articolo: People have the power – Patti Smith (1988)

#NeverForget

13.11.2015 – 13.11.2016

Rachel

© Rachel Sandman

Bob Dylan … Un Nobel controcorrente

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Sono ormai tre anni che, puntualmente, quando viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura mi ritrovo davanti alla schermata del mio portatile, con una pagina bianca che attende e la tastiera che, parola dopo parola, inizia a farsi sentire, prima esitante poi sempre più sicura e certa.

Quest’anno la situazione è un po’ diversa: nel 2014, come qualcuno ricorderà, vinse Patrick Modiano; nel 2015, Svjatlana Aleksievič. Personaggi entrambi di spessore, scrittori che hanno fatto sentire la loro voce in epoche recenti, letterati che però, bisogna ammettere, erano sconosciuti ai più, compresa la sottoscritta.

Da ormai più di una settimana invece, come ormai tutti o quasi sapranno, il premio è stato assegnato a Bob Dylan per avere creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana.

Una svolta dunque, una scelta diversa e, a tratti, oserei dire controcorrente, che ha messo al centro dell’attenzione mondiale uno degli artisti più schivi che il mondo abbia mai conosciuto.

Di Bob Dylan si è detto e scritto di tutto, si sa pressoché qualsiasi cosa e, a differenza dei precedenti vincitori, è più o meno conosciuto da tutti. Pertanto ho deciso che in questo articolo non vi parlerò della sua vita: sarebbe davvero banale e anche un po’ inutile.

Voglio dire: al giorno d’oggi, basta aprire un pc o navigare sul cellulare per trovare qualsiasi informazione e biografia.

Vi parlerò dunque del mio Bob Dylan, di come io l’ho sempre vissuto e di come solitamente lo ascolto.

Chi mi conosce lo sa: non sono una sua fan accanita. Non ho i suoi cd né tanto meno i suoi vinili; non ho libri che riportano i suoi testi; non ascolto le sue canzoni nemmeno su Youtube.

Detto questo, non posso dire di non amare Bob Dylan.

E a questo punto, i lettori attenti penseranno davvero che chi scrive è un pazzo, uno non propriamente centrato, una doppia personalità.

Mi spiego meglio allora o, almeno, ci provo.

Non ascolto quasi mai Bob Dylan perché trovo che le sue canzoni, cantate da altri, personaggi e artisti forse a me più affini, assumano quella sfumatura perfetta che lui non riesce a dare o che, forse, io non riesco a prendere da lui.

I suoi testi sono poesia pura.

Bob Dylan è in grado di mettere in versi pagine e pagine di storia americana, vita vissuta di uomini veri, storie toccanti che tendono a svanire nel tempo.

Bob Dylan ha la capacità assoluta di rendere eterno anche un singolo soffio di vento, di rendere immortale una piccola foglia verde speranza.

Attraverso alcuni brevi esempi forse riesco meglio ad esprimere il mio pensiero.

Prendiamo Girls of the North Country. È una canzone meravigliosa che io ho sempre ascoltato nella versione dei Lions, una rock band texana, nata nel 2005, e che è giunta alla ribalta grazie alla serie Sons of Anarchy (per chi non la conoscesse: potete ascoltarla QUI).

Ecco: immaginate dunque il mio stupore quando ho scoperto che, in realtà, i Lions si erano limitati a fare una cover di un pezzo originariamente firmato Bob Dylan! Sono rimasta sconvolta come neanche Mirtilla Malcontenta ai tempi di potteriana memoria. 

Per chi non conosce il pezzo, lo invito ad ascoltarlo: oltre ai suoni, spettacolari, che cambiano a seconda della versione (ci sarà l’amante dei suoni più country che quindi adorerà la versione Dylan – Cash che si trova anche nel recente film Il Lato Positivo; ci sarà chi, invece, come me, adora l’urlo grezzo e moderno dei Lions), il testo è letteratura, allo stato puro. È una descrizione perfetta del paesaggio del Nord America, una poesia in versi fatta di parole ben dosate e sussurrate, un componimento d’amore e rimpianto in cui appare il ricordo di una donna, quasi come nei sonetti romantici della letteratura italiana.

Un’altra canzone che può essere definita soltanto come arte in musica è Like a Rolling Stone. Io personalmente amo la versione roca e grezza fatta da Patti Smith.

In entrambi i casi, comunque, è paragonabile a un inno all’irrequietezza, agli spiriti liberi; è un urlo contro la staticità e le barriere. Il titolo stesso è una similitudine che riassume il pensiero di molti e che non posso non accostare ad un’anima bella della nostra, troppo spesso maltrattata, letteratura italiana: Bianca Garufi. La scrittrice e l’amore più puro di Cesare Pavese si definisce infatti, nel suo carteggio con l’autore piemontese, pietra che rotola. Elemento di una dolcezza unica.

Infine, Masters of War. Beh … Io non vorrei ripetermi ma se, come me, la suonata di Bob Dylan vi convince ma non fino in fondo, provate ad ascoltare la versione di Eddie Vedder del 1992, in occasione del Tributo a Bob Dylan.

È forza. È struggimento. È dolore. È rabbia. È tutto questo gettato in una centrifuga e scagliato addosso all’ascoltatore: ti contorce le viscere senza possibilità di ripresa. È assurdo, ma ogni volta che personalmente ascolto Vedder cantare questa canzone mi ricorda i suoni degli inni tribali, dei canti della terra americana, quella vera, quella dei nativi. È apoteosi. È sogno. È incubo. Tutto insieme.

Ecco, per me questa è la grandezza di Bob Dylan. Può suonare assurdo e incoerente ma il mio discorso mira a questo: Bob Dylan è uno dei migliori cantautori e poeti del nostro tempo, migliore di molti altri perché è in grado di dare voce agli altri prestando le sue parole, donando i mezzi di espressione ad altri artisti più o meno quotati. Tutto per l’arte.

Immenso.

In conclusione, mi stupisco di vedere e sentire così tanti giornalisti e persone di settore sconvolti o quasi immusoniti dalla non risposta di Dylan alla vittoria del Nobel.

Fate sul serio? Perché se ancora vi stupite del silenzio di Bob Dylan, non avete assolutamente compreso la sua persona e il suo mezzo espressivo. 

Bob Dylan non farà mai un discorso, non salirà mai su un palco da oratore ma probabilmente lo vedremo qua e là, in qualche concerto, su qualche palchetto fatto di assi di legno scricchiolanti, con la sua chitarra a fargli da barriera e la sua voce lieve che dà, sempre, ispirazione e vita.

Quindi mettetevi seduti, calmi, nelle vostre poltrone di velluto rosso, rilassatevi e, se proprio siete in dubbio, ascoltatevi una qualche poesia in musica firmata Bob Dylan, nella versione che più vi è consona e che più vi pare adatta. Non potrà che giovarvi.

#PeaceAndLove #ListenToMusic #Always #Congratulations #BobDylan #NobelPrize

Rachel

© Rachel Sandman

DISCOVERING CHRIS CORNELL

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ALBUM: Higher Truth

SINGOLO: Worried Moon

ARTISTA: Chris Cornell

USCITA: 18 Settembre 2015

ETICHETTA: Universal Music Group

PREZZO: € 14,99 (Itunes)


Non so a voi ma, a me, succede spesso.

Mi siedo al volante, finestrini abbassati; il caldo afoso della stagione estiva non dà tregua, nemmeno al mattino, nemmeno in una giornata dove il sole fa capolino solo di tanto in tanto, passando qua e là tra una nuvola e l’altra.

L’aria mi scompiglia i capelli, che portano ancora i riflessi delle ciocche rosso fiamma che ho fatto ormai mesi fa; gli occhiali da sole mi coprono lo sguardo rivolto al nastro d’asfalto che si apre davanti a me. Ed è un attimo: Virgin Radio, la stazione musicale fissa all’interno della mia quattro ruote, mi spara un pezzo che sin dai primi accordi diventa mio.

Musica dai tratti rock, sound dalle sfumature folk e una voce che mi ricorda tanto qualcosa, qualcuno, ma che non collego ad un viso. Da qui parte la caccia alla ricerca del titolo del pezzo e dell’identità del cantante, che scopro essere Chris Cornell, leader degli Audioslave, tizio che avrò visto centinaia di volte nella versione del video del 2002 di Like a Stone, che impazza perennemente nei programmi a rotazione di MTV Rocks.

Ammetto qui la mia ignoranza: non conoscevo nient’altro di questo artista se non il suo abbigliamento nel video sopra citato (ovvero, una canottiera che lasciava davvero poco all’immaginazione: se non mi credete, cercate il video su Youtube e poi ne riparliamo!).

Detto questo … Mi sono informata e mi sono davvero cadute le braccia per la mia non conoscenza di costui prima d’ora: nato a Seattle il 20 Luglio 1964, è stato la voce di una delle band, i Soundgarden, che ha maggiormente segnato l’onda grunge che ha scosso proprio la città della pioggia tra gli anni Ottanta e Novanta.

Voglio dire: stiamo parlando dello stesso ardore, della stessa scelta musicale di band del calibro dei Nirvana! Per non parlare del fatto che proprio una sua canzone, Superunknown, è considerata il canto del cigno di questo intero movimento di rivolta e innovazione musicale. Come abbia potuto io, fan sfegatata di Kurt Cobain, anche nelle sue versioni più dure ed estreme (Scentless Apprentice su tutte direi che rende benissimo l’idea), tralasciare un intero ramo musicale di quel periodo, resta un mistero.

Ma, mi perdoneranno qui i cultori del genere, presumo di non essere l’unica a non essere preparata in materia. Dunque, chi è Chris Cornell?

Beh … Innanzitutto è un artista ballerino: passa dai Soundgarden alla breve parentesi con i Temple of the Dog, dove il suono grunge si esaspera e la sua voce si unisce, in un mix ruvido, con quella di Eddie Vedder (altro nome, altro artista intoccabile, leader dei Pearl Jam e autore dell’intera colonna sonora di Into the Wild), per poi guidare gli Audioslave dal 2001 al 2007.

La sua carriera è un susseguirsi di sonorità forti, decise, ruvide, a tratti grezze, che variano nel corso degli anni, a seconda delle collaborazioni, ma che mantengono, in sottofondo, un filo rosso che le accomuna tutte e che lascia il segno e la firma indelebile di questo artista.

La canzone però che me l’ha fatto conoscere, che ha inciso un solco sulla mia pelle ustionata dal raggio del sole che si è infilato, furtivo, attraverso il finestrino dell’auto in corsa, per colpirmi in pieno petto, appartiene ad una nuova fase, caratterizzata da una sonorità più legata alla tradizione, più folk, a tratti quasi country, che mantiene tuttavia inalterata, ancora una volta, la sua vena rock.

Worried Moon – Chris Cornell

Worried Moon non può non far riflettere: è una delle canzoni del suo ultimo album, un prodotto realizzato in studio, come solista, che crea un’atmosfera intima, dai toni quasi acustici per quanto i suoni sono lasciati nudi e puri.

Il testo è un dialogo con la luna, che diviene confidente, amica, complice della fine di una storia d’amore (perché, d’altronde, tutte le canzoni nascono sempre da amori mancati, finiti, non corrisposti … Un po’ come i libri, no?).

… I’ll be here on the ground if you need me
As I dream of a ghost
Of a love that has died
Or maybe not but it haunts me now

Parla del senso di incertezza, dell’inquietudine che aggroviglia un futuro incerto, privo di solide basi, che rende il tutto terribilmente attuale per qualsiasi ascoltatore appartenente ad ogni generazione moderna.

… Worried moon
I’m afraid of what’s to come
Worried moon
Yeah, tell me what you know
Worried moon
You see further down the road …

Parla di un presente incerto, scosso, difficoltoso, in cui si cerca conforto nel soliloquio con l’astro che più di tutti è stato testimone dei pensieri di poeti, musicisti e letterati nel corso dei secoli (senza andare troppo lontano, come dimenticare Leopardi, Ariosto o Andersen?).

… I got into the city at midnight
All these eyes looking on
Make me blind or put me down
And the noise just drowns me out …

Ma Chris Cornell ha la capacità di rendere tutta questa riflessione in modo assolutamente positivo: non crea angosce, né ansie; lascia un barlume, un suono di speranza, la famosa luce in fondo al tunnel, se vogliamo. Ed è proprio con gli ultimi versi che il quadro è completo: l’idillio è intatto, le pennellate del temporale, cupo e nuvoloso, lasciano spazio alle nette incisioni di colore che attraversano la tela in un gioco di luci e ombre imperfetto, certo, ma assolutamente puro e reale.

… Dirty moon on the rise
Orange as fire but a bitter cold
You’ll remember me I know
‘Cause I have moved to another coast
With a new love to call my own …

La sonorità di Chris Cornell è qualcosa di unico, nuovo anche se datato, potente, particolare ma assolutamente imperdibile.

Quindi … Cercatelo, respiratelo, amatelo e, perché no, ascoltate una sua canzone in auto, con il finestrino abbassato (perché l’aria condizionata, per quanto comoda, non dà lo stesso effetto, assolutamente!), con il sole che scende piano sull’orizzonte o, ancora meglio, con la luna che lenta fa capolino oltre le montagne, ospite solitaria del cielo notturno: ascoltate il suono che si diffonde nel silenzio e inspirate.

Rachel

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