Sono tornata!!! I’m back!!!

Buongiorno a tutti … Ci siete ancora?

Spero proprio di sì … Non siete fuggiti o scappati altrove, vero??

Allora, molto probabilmente vi sarete accorti che in queste due settimane sono stata molto meno attiva e presente del solito.

LaureaLa causa prima è stata la seguente … Mi sono LAUREATA!!!

Wow! Un’esperienza fantastica che mi ha resa davvero ricca e orgogliosa di me stessa ma che ha portato, soprattutto nei giorni precedenti, un’ansia che si presentava ad ondate burrascose e che mi rendeva simpatica e attiva come un porcospino narcolettico.

Se ve lo state chiedendo, la tesi che ho presentato è un lavoro che ruota attorno alla figura di Santorre di Santa Rosa, uno degli animatori dei moti rivoluzionari piemontesi del 1821.

Detto questo … Ora veniamo al BLOG …

Allora, proprio perché coincideva con il giorno della discussione (ieri) non ho potuto pubblicare questa settimana la rubrica Post it d’autore e chiedo qui pubblicamente scusa ai lettori che la attendevano e alle mie colleghe blogger di Diario di un sognoLeggendo RomanceLeggere In SilenzioIl blog delle lettrici compulsive e Voglio essere sommersa dai libri: dal prossimo giovedì (20 Aprile) riprenderò con puntualità questo appuntamento (promesso!).

Veniamo però ai prossimi programmi per questo mio angolino digitale.

Innanzitutto, conto di riprendere quanto prima e recuperare le recensioni relative alle letture di questo periodo che, anche se meno numerose dei momenti di quiete, sono comunque alcune.

Poi … Sono in programma alcuni Blog Tour relativi a tre romanzi, uno edito da De Agostini, uno edito da Newton Compton Editori e uno edito da Delrai Edizioni. Curiosi? Avete qualche idea?

Ho poi un progetto tutto mio che mi frulla da un po’ in testa e che richiederà la partecipazione di tutti voi (se vi va, ovviamente). Rimanete sintonizzati qui e sulla pagina FB perché non tarderanno ulteriori informazioni e dettagli.

Sto inoltre organizzando un’intervista che adoro e spero davvero di riuscire a realizzare: purtroppo, a causa di alcuni disguidi tecnici e informatici, l’intervistato ed io abbiamo avuto qualche intoppo nella comunicazione digitale (grazie, #GMail, per questo … Ma proprio grazie tante!) ma so che ce la faremo. Non vedete l’ora di sapere chi sarà l’oggetto di questo appuntamento? Anche in questo caso, dovete rimanere sintonizzati.

Termino questo mio post di ritorno e ricapitolazione dicendovi che ho in lista un sacco di romanzi che autori e CE mi hanno gentilmente inviato.

Ecco qui un breve elenco delle mie prossime letture! Fatemi sapere se ne conoscete alcune e soprattutto agli autori self chiedo pubblicamente perdono per questo ritardo (rimedierò nel più breve tempo possibile!).

  • Caro tu edito da De Agostini
  • Libro DeA Young Adult per il BT
  • Libro NC per il BT
  • Libro Delrai per il BT
  • La mia sfida più grande di Terri Osburn (grazie Amazon Publishing)
  • Luc – Ladri del Cielo di Elena Sole Vismara
  • Black Hole di Paola Garbarino
  • Tu che colori la mia ombra di Elle Eloise (grazie alla Delrai Edizioni)
  • SteamBros Investigations – L’armonia dell’imperfetto di Alastor Maverick & L.A. Mely.

Ovviamente, l’ordine può subire modifiche o aggiunte a seconda dell’umore o del genere che mi sento di leggere: un esempio lampante è quello relativo alla mia cara Eloise. Il suo romanzo è arrivato nel mio kindle grazie a Malia ormai da tempo ma, visto che so che adorerò Paolo e la sua storia e che, allo stesso tempo, la narrazione mi coinvolgerà emotivamente e temporalmente, NON ho potuto iniziarlo nel periodo ansiogeno che ho appena trascorso e in cui ho preferito letture stile romance o novelle.

Detto questo … Non mi resta che dirvi A PRESTO!

xoxo

Rachel

© Rachel Sandman

 

GLI INTOCCABILI – THE UNTOUCHABLES #2

Buongiorno a tutti!

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Eccoci finalmente giunti al secondo appuntamento della rubrica ‘The Untouchables’.

Per chi non avesse assolutamente idea dell’argomento mensile, qui, solo per voi, sul mio blog, rimando al primo post in cui, con una breve introduzione, viene spiegato e rivelato il mistero.

Vi ricordo inoltre che la rubrica Gli Intoccabili NON è #SpoilerFree pertanto, se non volete rischiare di leggere dettagli che non volete sapere o anticipazioni … Non leggete questo post!

Quindi, dopo questa breve premessa … Veniamo a noi e al punto saliente … Chi avrò scelto questa volta?

Allora, una spiegazione è d’obbligo.

Dovete sapere che la sottoscritta (cioè io) è lunatica peggio di una biglia in vetro infrangibile: rotolo da un fandom all’altro, da un libro all’altro, da un genere all’altro a cadenza per nulla regolare e con curve e angoli pericolosi e per nulla accennati o previsti.

È da circa una settimana, ad esempio, che la mia personalissima playlist di Youtube ha visto il proliferare di video inerenti ad una determinata coppia di un determinato telefilm di una determinata saga tratta da determinati libri …

Vi ho confuso? Beh … Non era mia intenzione! Vi ho incuriosito? Questo era il mio intento quindi, lo spero vivamente.

Detto ciò … Ho scelto la lei di questa coppia come ‘Intoccabile’ di Gennaio (a fine anno potrei quasi fare un calendario con tutta questa bella gente … Chissà #PotreiMaAncheNo).

Qualche indizio?

È una donna.

È libera.

Ha i capelli rossi.

Avete già capito?

È proprio lei, Ygritte del Trono di Spade, la saga fantasy scritta e dilaniata da George R.R. Martin.

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Allora, perché ho scelto proprio lei?

Perché penso e ritengo che il suo personaggio sia uno dei migliori dell’intera serie basata sugli scontri tra la varie casate Stark, Targaryen e Lannister e, proprio per questo, non perdonerò MAI Mr. George per aver scelto un destino tanto devastante per lei.

Ma procediamo, come sempre, per gradi.

Chi non legge o segue la serie televisiva tratta da questi romanzi deve sapere innanzitutto che la Ygritte descritta nei libri (il suo personaggio appare per la prima volta ne Lo scontro del re) è alquanto diversa rispetto all’eroina magnificamente interpretata da Rose Leslie in Il trono di spade, nella seconda, terza e quarta stagione.

ygritte-2Nei libri viene presentata come una diciannovenne bassa per la sua età, magra ma tonica. La sua faccia è tonda, le mani tozze, il naso schiacciato, i denti bianchi ma storti. Come potrete intendere anche voi, non proprio una bellezza (cosa che, di certo, mal si accosta alla figura dell’attrice che, fortunatamente, è stata scelta per interpretarla).

Tuttavia, una cosa in comune, a livello fisico si intende, la Ygritte immaginata dallo sterminatore Martin e la Ygritte di Rose Leslie ce l’hanno: la chioma rossa, i capelli kissed by fire, baciati dal fuoco.

E già questo dettaglio è pura poesia.

Ho sempre adorato come George R.R. Martin sia riuscito a dare un’immagine tanto poetica di coloro che hanno la fortuna (sì, io li invidio moltissimo!) di nascere con il colore delle fiamme a ornare i capelli. Stranamente, per i suoi standard, una nota davvero felice e assolutamente indimenticabile.

Passando poi ad analizzare il carattere di questa eroina, alcuni indizi basilari si scorgono immediatamente analizzando il mondo da cui proviene, quello dei barbari, del Nord più freddo, in cui la tempra e la personalità sono elementi essenziali per sopravvivere quanto una pelliccia spessa e calda.

Il suo senso dell’umorismo, l’ironia tagliente, la battuta sempre pronta sono però tratti personali del suo personaggio che si ritagliano uno spazio piccolo ma essenziale in quella che, ogni tanto, pare una saga più affollata del mercato di Porta Palazzo di Torino all’ora di ygrittepunta.

Ma veniamo al punto, come dire, romantico della vicenda.

Ygritte e Jon Snow. Jon Snow e Ygritte.

Vogliamo dirlo? La perfezione, senza eccezioni.

Tra i due si crea, sin da subito, un legame contrastante ma assolutamente accattivante e pieno di sarcasmo, frasi a effetto e sguardi impossibili da negare.

Si incontrano per la prima volta in mezzo alla neve e, beh, Jon dovrebbe ucciderla con un colpo netto per tagliarle la testa. Ma non ci riesce.

Forse in modo più evidente nella serie tv rispetto ai libri, la grandezza di questa relazione è resa in modo davvero moderno e avvolgente, attraverso battute di spirito, sarcasmo, dialoghi davvero irriverenti e perfetti.

 Ygritte: «Io sono una donna libera!»

Jon: «Sei una donna libera?»

Ygritte: «Posso anche essere tua prigioniera, ma sono una donna libera!»

Jon: «Se tu sei mia prigioniera non sei libera! Questo è ciò che significa ‘prigioniero’!»

Ygritte: «E tu credi di essere libero?»

Ygritte è una ragazza, una donna che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, che non appartiene a nessuno, che lotta per la sua libertà, per il senso di lealtà, per il suo popolo. Di pari passo e con lo stesso furore tenta di contrastare i sentimenti che prova e che non vuole sentire per un giovane straniero, un nemico, Jon Snow.

Tuttavia, quando il coinvolgimento di entrambi non può più essere negato, è la prima a lottare per quell’unione tanto discussa e particolare, è la prima a battersi per se stessa e per il suo uomo.

Una lotta che non esclude macchinazioni e coinvolgimenti politici che, una volta emersi dalla fitta nebbia del Nord, porteranno inevitabilmente dolore, amarezza, senso di perdita.

In conclusione, la grandezza di Ygritte può essere racchiusa in una frase, una sola. E non sto parlando della celebre ‘Tu non sai niente, Jon Snow’ che imperversa un po’ ovunque, su magliette e tazze sparse qua e là sul globo, ma è un concetto che racchiude la forza e la femminilità insieme. È la frase che, più di tutte, riassume la sua visione della vita, il suo lottare per non avere né rimorsi né rimpianti.

Tu sei mio. Mio, come io sono tua. E se moriremo, moriremo. Tutti gli uomini devono morire. Ma prima … Prima vivremo!

Ovviamente un personaggio così pieno e ricco di sfaccettature e spunti viene fatto fuori da Mr. #UccidiamoTuttiIMieiPersonaggiPrimaCheMiSiRivoltinoContro Martin, in modo tanto improvviso quanto sconvolgente.

Come vi anticipavo, se siete amanti della serie, Youtube potrebbe creare dipendenza con tutti i video caricati sulla piattaforma, alcuni dei quali davvero ben fatti.

Vi lascio con quello che, personalmente e momentaneamente, reputo il migliore e che vede proprio Jon e Ygritte, nella loro semplice complessità. Buona visione!

Concludo con una piccola nota a piè di pagina …

Il caro Mr. Martin (che, non so se è chiaro, non stimo per nulla) avrà pure devastato questa fantastica storyline (una delle migliori della sua saga infinita, se posso dirlo) ma, grazie al fatto che Kit Harington (Jon Snow) e Rose Leslie (Ygritte) stanno insieme nella vita reale, ci tengo a dire:

«Beccati questa, Martin! Finalmente una gioia!»

Facciamo tutti un bel saluto e un sorriso all’autore del Trono di Spade.

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This is called Karma, my dear Georgie ❤

Arrivederci a tutti!

Ci rileggiamo il mese prossimo con … #GliIntoccabili!

xoxo

Rachel

© Rachel Sandman

Sfogliando il mondo … #2

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Eccoci qua, un po’ prima del previsto, per il secondo appuntamento con la nuovissima e, spero, attualissima rubrica Sfogliando il mondo …

Dunque, oggi, come già nel precendente post (che, per chi se lo fosse perso, può trovare qui), vi parlo di un libro, un romanzo uscito ad Ottobre del 2016 e che, già dal titolo, si dimostra assolutamente presente alle dinamiche del mondo moderno.

Devo ammettere che la miccia che ha innescato in me la curiosità e la conseguente ricerca va fatta risalire, ancora una volta, al famoso quotidiano La Stampa, in particolare alle pagine di  Tutto Libri del 7 Gennaio 2017. Nell’inserto del sabato, infatti, è apparso un libro che, altrimenti, mi sarei quasi sicuramente persa!

Mi riferisco a Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, di Sumia Sukkar.

Ringrazio inoltre la Casa Editrice Il Sirente che, ad una mia richiesta di maggiori informazioni, ha prontamente risposto e colmato alcune mie lacune (perciò grazie, grazie, grazie). Mi ha inoltre fornito copia digitale del romanzo pertanto … Davvero, datemi tempo qualche settimana e potrò parlarvi nuovamente e in modo ancora più approfondito di questo nuovo romanzo, a tratti poetico ma drammaticamente attuale.

il-ragazzo-di-aleppo-che-ha-dipinto-la-guerraIniziamo però ora a conoscerlo un po’.

Ad un primo sguardo, a mio parere, salta agli occhi in modo particolare la scelta grafica della copertina.

Voglio dire: è stupenda! Non trovate anche voi? Chiacchierando poi via mail con Chiarastella Campanelli, la curatrice di Altriarabi Migrante, collana della casa editrice Il Sirente (che, se non conoscete, andate a scoprire, perché pubblica dei veri gioielli di carta), ho potuto sapere che questa immagine è il frutto del lavoro dell’illustratrice Paola Equizi, a cui vanno i miei personali e sentiti complimenti.

La sovracitata Equizi è colei che segue l’aspetto grafico di tutta la collana Altriarabi Migrante, in cui, come avrete capito, è inserito Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra e che è dedicata ad autori europei con origine araba (sia nati sul suolo europeo sia arrivati in Europa già adulti).

In particolare, ho scoperto che i lavori di illustrazione nascono da un’interazione tra la Campanelli, curatrice della collana, e la Equizi, l’illustratrice: la prima legge i romanzi e, in un secondo tempo, consegna all’artista note che nascono dalla lettura delle storie e che l’artista traduce in immagini. Assolutamente geniale: in un mondo ormai governato da un’editoria in cui spopolano cover che poi non hanno nulla a che fare con il contenuto, devo dire che scoprire queste piccole ma fenomenali realtà è paragonabile ad una sana boccata di aria fresca. Un plauso a Il Sirente per questo!

Qui di seguito vi lascio infine con la trama, qualche infos scovata qua e là, il link d’acquisto e alcune note biografiche sull’autrice, Sumia Sukkar.

«Un reportage letterario pieno di colori da un luogo imprevedibile e spaventoso.»

Trama: “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” racconta le intime sofferenze di una famiglia nel bel mezzo della guerra civile con un’empatia non comune, e con grande forza immaginativa. La storia è raccontata dal punto di vista di un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, che vuole capire il conflitto siriano e i suoi effetti dipingendo le sue emozioni, creando un reportage letterario pieno di colori da un luogo imprevedibile e spaventoso. Sumia Sukkar crede che il ruolo dell’artista siriano oggi “è essenziale, in quanto dobbiamo ritrarre la bellezza che ancora esiste in Siria, nonostante la guerra in corso. L’arte è un mezzo potente per esprimere molte cose, e attraverso il mio romanzo e i dipinti di Adam ho cercato di esprimere l’inesprimibile, perché ciò che può perdersi nella traduzione letteraria può rivivere attraverso l’arte”.

Adam dipinge, sogna la compagna di scuola «dagli occhi color Nutella» di cui ha dimenticato il nome, legge Morte a Venezia di Thomas Mann e nota che Gistav Aschenbach ha un nome grigio. [Tutto Libri, La Stampa, articolo di F. Paci]

Autrice: Sumia Sukkar (Londra, 1992) è una giovanissima scrittrice britannica, figlia di padre siriano e madre algerina. Essere una scrittrice è sempre stato il suo sogno, che è diventato realtà frequentando il corso di laurea in Scrittura Creativa, alla Kingston University di Londra, dove tra i docenti ha incontrato il Dr. Todd Swift – poeta britannicocanadese e direttore della Casa Editrice Eyewear – che, estremamente impressionato dai suoi scritti, ancora sotto forma di work in progress all’epoca, l’ha incentivata a perseverare offrendole un contratto di pubblicazione.

Link d’acquisto: https://goo.gl/ibhNQr

Alla prossima!
Rachel
© Rachel Sandman

Sfogliando il mondo … #1

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Buona Domenica a tutti!

Oggi vi saluto con il primo appuntamento che dà il via ad una nuova rubrica che … Non sapevo nemmeno sarebbe nata.

Insomma, volevo scrivere questa sorta di segnalazione/riflessione ma poi mi sono detta: perché non renderla un qualcosa di un po’ più significativo di un articolo fine a se stesso?

Ecco dunque che nasce la rubrica Sfogliando il mondo, una insieme di spunti, analisi, discorsi (che spero diventeranno dialoghi e non monologhi) su argomenti di vario genere tratti dalla lettura di quotidiani o riviste o siti web.

Un cono di luce puntato sul mondo, su quello che ci circonda, sulle uscite cinematografiche, sui libri editi e scoperti per caso … Beh, avete capito credo (spero) …

Brevi accenni a fatti più o meno ordinari che non voglio passino sotto silenzio ma che cercherò, nel mio piccolo, di evidenziare qui; due righe su romanzi usciti da più o meno tempo e di cui, grazie ad un articolo letto per caso, scopro l’esistenza solo ora; eventi più o meno locali che vorrei valorizzare … Tutto questo e molto di più.

Ora però veniamo al sodo.


Il primo fatto di cui vorrei parlarvi oggi è il discorso di Michelle Obama, l’ormai (purtroppo) ex First Lady degli Stati Uniti d’America.

Il 6 Gennaio, in occasione della premiazione della school counselor dell’anno (ovvero la figura che in tutti i film o nelle serie televisive americane non manca mai, il consulente che aiuta i giovani nella scelta della facoltà universitaria e che li assiste negli anni del liceo), la Obama ha intessuto un’orazione fantastica e perfettamente incasellata nel meccanismo contorto che governa il mondo attuale. Ha parlato dell’importanza dell’istruzione, dell’importanza della diversità, dell’importanza del sogno americano (concetto a me personalmente molto caro e troppo spesso considerato ormai sorpassato).

Vi lascio qui alcuni estratti di questo discorso che, se non avete ancora avuto occasione, vi invito ad ascoltare per intero (la versione integrale nel video).

… questi ragazzi […] valgono, […] hanno qualcosa da offrire. Non importa da dove vengano, quanti soldi abbiano i loro genitori, non importa che aspetto abbiano, chi siano le persone che amano o il dio in cui credono, o quale lingua parlino a casa, loro hanno un posto in questo paese.

E parlando direttamente ai giovani …

… Sappiate che questo paese appartiene a voi, a tutti voi, a prescindere da quale sia la vostra origine o il vostro stile di vita. Se voi o i vostri genitori siete immigrati, sappiate che fate parte di una grande tradizione americana: il mescolarsi di nuove culture, talenti e idee che generazione dopo generazione ci hanno reso il più grande paese del mondo. […] Questo è il sogno americano. E se siete credenti, sappiate che la diversità religiosa è un’altra grande tradizione americana. […] Che siate musulmani, cristiani, ebrei, induisti o sikh, queste religioni insegnano ai nostri giovani che cosa sono la giustizia, la compassione e l’onestà, quindi io voglio che i giovani continuino a imparare e seguire questi valori con orgoglio. Vedete, la nostra grande diversità, le nostre diversità di fedi, colori e convinzioni non sono una minaccia a ciò che siamo: sono ciò che ci rende ciò che siamo.

Non lasciate che nessuno vi faccia sentire come se non contaste niente. Come se non ci fosse posto per voi nella nostra storia americana, perché voi ce lo avete un posto e avete il diritto di essere esattamente chi siete. […] Non abbiate paura, concentratevi. Siate determinati. Abbiate speranza. Credete in voi stessi e datevi la possibilità di una buona istruzione. Poi costruite un paese che si meriti le vostre illimitate capacità.

Penso non ci sia assolutamente altro da aggiungere.


Una seconda cosa di cui vorrei parlarvi in questo primo appuntamento di Sfogliando il mondo è, in realtà, un po’ un ritorno alle origini e si tratta di una segnalazione libresca.

_la-donna-dai-capelli-rossi-1481049975Nell’inserto Tutto libri del quotidiano La Stampa di ieri (7 Gennaio 2017), la prima pagina era occupata dalla presentazione di questo romanzo, un libro edito da Einaudi e che uscirà martedì 10 Gennaio 2017.

Si tratta di La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk.

Da come ho potuto capire leggendo l’articolo di Antonio Scurati, questo nuovo romanzo scritto dal premio Nobel del 2006 è intriso di contraddizioni e lacerazioni tanto nette quanto reali. La storia è ambientata a Istanbul, in cui convivono come una ferita immedicabile modernità e terrore. In essa si parla di laicismo e integralismo religioso, di civismo e terrorismo, senza tralasciare nulla (intellettuali turchi dissidenti, perdita di libertà civili, oppressione).

Vi lascio qui di seguito la trama del libro e il link d’acquisto.

Trama: È bellissima, ha i capelli rossi come le fiamme e il fascino irresistibile dell’attrice che sul palco sa trasformarsi nell’eroina sensuale e perduta dei poemi. Cem è solo un umile apprendista quando la vede per la prima volta: non sa che da quel giorno anche la sua vita seguirà la traiettoria fatale e misteriosa delle tragedie cantate dai poeti. La donna dai capelli rossi è un romanzo d’amore e gelosia, sulle passioni dei padri e i tradimenti dei figli, il racconto febbrile di un’ossessione capace di cambiare il corso di un’intera esistenza.

Cem era un liceale nella Istanbul di metà anni Ottanta come tanti altri quando suo padre farmacista viene arrestato dal governo e torturato dalla polizia a causa delle sue frequentazioni politiche. Non farà mai piú ritorno a casa. Per aiutare la madre Cem andrà a lavorare in una libreria: è qui, tra i romanzi e gli scrittori che vengono a trovare il padrone della libreria, che Cem inizierà a sognare di diventare uno scrittore. Rimarrà sempre con questo desiderio, con questa fame di storie, anche se la vita ha in serbo altro per lui: quando la libreria chiude, Cem diventa l’apprendista di mastro Mahmut, un costruttore di pozzi. Tra maestro e allievo si stabilisce un legame profondo, e il ragazzo sente di aver trovato in Mahmut quel padre che da lungo tempo ha perso. Mahmut e la sua ditta hanno un nuovo incarico: scavare un pozzo in un paese nei dintorni di Istanbul. Ed è lí che Cem incontrerà l’attrice dai capelli rossi. Inizierà a spiarla mentre è in scena, indifferente alla tragedia a cui sta assistendo, concentrato solo su di lei, e poi nella casa dove vive col marito, per strada. Fino a quando l’ossessione erotica per questa donna piú grande di lui si trasformerà in un’unica, folle, indimenticabile notte di sesso. Cem non potrebbe essere piú felice: non sa che la sua vita cambierà per sempre e che il destino ha già iniziato a tessere la sua complicata, crudelissima, imprevedibile trama.

Con la storia di Cem, personale e universale allo stesso tempo, Orhan Pamuk interroga i fondamenti letterari della civiltà occidentale e orientale, intrecciando l’Edipo Re di Sofocle con il Rostam e Sohrab di Ferdowsi per scrivere il suo romanzo piú sorprendente e fulminante, capace, con i suoi colpi di scena, di togliere il fiato a ogni lettore.

Link d’acquisto: https://goo.gl/8WZnTO


Spero che non vi siate annoiati in questo viaggio nel mondo da me diretto. Vi aspetto, se tutto va secondo i piani, la prossima settimana con nuovi spunti e riflessioni Sfogliando il mondo!

xoxo

Rachel

© Rachel Sandman

Robert Mapplethorpe a Torino

Il 30 Dicembre 1946, a Chicago, nasceva Patti Smith.

A pochi giorni dal suo settantesimo compleanno (Happy Birthday Patti!), a poco più di 70 anni di distanza da quel lunedì e, ahimé, a chilometri di distanza dalla città del vento, mi ritrovo qui a parlarvi di un evento unico che è la cornice perfetta per onorare il compleanno della sacerdotessa del rock e per scoprire, o riscoprire, uno dei fotografi più irriverenti e scomodi della storia più o meno recente: la mostra dell’anima gemella della Smith, Robert Mapplethorpe.

La Galleria Franco Noero di Torino ha allestito, per la prima volta nelle sale che danno su piazza Carignano (al civico numero 2, in un edificio di fine Settecento) una personale in collaborazione con The Robert Mapplethorpe Foundation.

Una mostra che è un viaggio crudo e concreto tra le passioni di Mapplethorpe e le sue idee anticonformiste e estreme, reso nella maniera più nitida possibile.

Le sale che ospitano i 98 scatti sono cornici scarne ma assolutamente perfette che, con le loro volte immense, gli affreschi orientaleggianti e i pavimenti in legno scricchiolante, rendono le opere di Robert come fari abbaglianti che avvolgono, coinvolgono e colpiscono chiunque visiti la mostra.

L’intera carrellata di scatti e il susseguirsi delle tematiche si srotolano, sala dopo sala, in una sorta di fuga al rallentatore che sboccia, qua e là, in fotografie dall’impatto assoluto e che tolgono il fiato.

15057867_676742955826917_1618797305_nImmenso e intrepido è l’Autoritratto che, grazie anche a un gioco di specchi mirabilmente usato e diretto, crea una vera calamita per il visitatore che, in ogni angolo, si sente in qualche modo osservato e analizzato dallo sguardo onnisciente del fotografo fotografato.

Il genio di Mapplethorpe luccica dietro ad ogni fotografia, dietro ad ogni scatto catturato nel momento perfetto, in un gioco di luci e ombre, di strutture fisiche e architetturali che si mostrano solide e morbide al tempo stesso.

La delicatezza dei fiori, misteriosi e ambigui, accompagna le menti curiose di chi si addentra, passo dopo passo, in una delle mostre più belle e chiare degli ultimi anni.

La grandezza sta nella semplicità dell’insieme, presentato senza fronzoli e decori inutili, lasciando agli scatti il ruolo di veri protagonisti dello spettacolo che prende il via, attraverso fotografie di volti e architetture classiche, di corpi e anime messe a nudo.

15822458_1236115163137810_1623154400_nOvviamente, in un evento del genere, non poteva mancare lei, la grande musa: Patti Smith c’è ed è così grande da essere immersa negli altri senza sovrastarli o contrastarli. I due scatti che la coinvolgono in prima persona sono entrambi potenti nel loro essere totalmente diversi.

Due accortezze per i visitatori.

Prima di immergervi e perdervi nella contemplazione delle opere, munitevi di piantina gentilmente fornita dall’organizzazione. Oppure, altra possibile soluzione per non perdervi nessun dettaglio e per vivere, grazie ai titoli delle singole fotografie, un’esperienza completa, fate come la sottoscritta: gironzolate qua e là, guidati dall’istinto, e poi, in un secondo momento, munitevi di mappa e rifatevi nuovamente gli occhi.

Infine: fate particolare attenzione. Non so se sia un fatto realmente voluto da chi ha allestito la mostra o se sia una coincidenza, una di quelle legate al destino e alle anime inevitabilmente e imprescindibilmente legate, ma respirate davvero l’opera che vede la grande Patti Smith in primo piano, di profilo. Ammirate lei, le linee solide del suo viso, l’ammasso incasinato dei suoi capelli e poi … Seguite il suo sguardo. Riuscite a indovinare dove è diretto?

Questa è grandiosità. Magia. Unione di anime. Perfezione.

Se ancora non le ho scritte, ecco qui le note tecniche per la visita.

Allora, la Galleria Franco Noero si trova a Torino in Piazza Carignano n° 2 (per chi conosce un po’ la zona, è la piazzetta dietro l’ingresso del Museo del Risorgimento). La mostra personale di Robert Mapplethorpe sarà visitabile fino all’11 Febbraio 2017 nei seguenti orari: dal mercoledì alla domenica (dalle h. 12.00 alle h. 20.00). L’ingresso è completamente GRATUITO.

Siete ancora qui a leggere? Ma siete pazzi? Alzatevi e correte! Non perdetevi questa mostra, se potete!

NB. Chi mi conosce sa che non c’è mostra senza il mio personale consiglio su: canzoni ideali da ascoltare durante la visita.

Ecco le mie scelte, ovviamente tutte firmate Patti Smith:

  • Wild Leaves;
  • Little Emerald Bird;
  • Horses.

Buona visita! E buon ascolto!

xoxo

Rachel

© Rachel Sandman

Gift from the City of Angels!

Buongiorno!

Il 2016 è ormai quasi agli sgoccioli, noi tutti siamo appesantiti dai vari cenoni e dai pranzi – abbuffate del Natale tanto che, quasi obbligatoriamente, siamo costretti a rotolare più che spostarci in giro per la casa in questo ultimo tratto di Dicembre.

Accade però, talvolta, che il suono del campanello ti fa scattare come una molla dal divano in cui ti eri accoccolata stile ‘pachiderma’ e che la vista del piccolo e anzianotto postino, in tenuta giallo fluo, che stringe un pacco sospetto ti rende improvvisamente euforica e dà una svolta piacevole alla giornata che, a dirla tutta, era cominciata in modo alquanto grigiastro.

giftEd infatti … Eccolo lì! Il mio personal gift, il regalo che ogni anno, come da tradizione, faccio a me stessa, della serie: da Rachel per Rachel …

Molto probabilmente ad alcuni qui potrebbe non interessare assolutamente nulla ma siccome, da buona scrittrice, da persona dall’animo alquanto artistico e sognante, sono in queste cose un po’ egocentrica … Ecco che condivido con voi il mio autoregalo!

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Sorvoliamo, vi prego, sulla faccia ancora parecchio ‘nel mondo dei sogni’ e concentriamoci sulla meraviglia!

I’m an unusual lady

Per le Obsy, Sassenach e Outlander Addicted … Questa maglietta non dovrebbe esser nuova e se ve lo state chiedendo, vi posso dare la conferma: è proprio quella che la cara Caitriona Balfe ha realizzato, in collaborazione con Represent.com (che ha appunto sede a LA) e che mi è finalmente arrivata!

Per chi non lo sapesse, la star della serie Outlander che dà il volto a Claire Fraser (no, non la chiamerò mai Claire Randall, fatevene tutti una ragione, Ron Moore in primis) ha, qualche mese fa, realizzato una campagna per raccogliere fondi a sostegno dell’associazione World Child Cancer, di cui fa parte e che sostiene fermamente.

ADORAZIONE IMMENSA! Per questa iniziativa e, materialmente parlando, per questa maglietta (Black is Always my Choice!).

Inoltre, cosa da non sottovalutare, fa pendant con la mia attuale sfumatura di capelli (un mix di rimasugli bluette e azzurri, con tracce verdi che non so da dove siano saltate fuori!).

Quindi … Buone Feste a ME!

#PeaceAndLove

Rachel

© Rachel Sandman

Ascoltate l’Urlo … Prima che diventi Eco …

Mi sono chiesta, più volte, se scrivere o meno questo post.

Ho analizzato la cosa, abbozzato qualche idea, cancellato il tutto, ricominciato.

Forse non è il modo giusto, forse non è il luogo giusto, forse si può pensare sia bigotto o quanto meno una scelta particolare … Ma alla fine sono qui.

Perché questa storia merita di essere raccontata, almeno in parte, almeno per quanto mi riguarda.

Ho tolto i sassi dalle scarpe
e levigato i calli
da Roma Nord fino alle Ande
diventando grande,
ho fatto passi in queste lande
degni dei giganti
per ritrovarmi in ogni caso
a casa fra le carte …

Capita spesso, soprattutto in questi ultimi anni, di appassionarsi a reality show, talent, programmi di vario genere e capita, più o meno raramente invece, di essere colpiti da qualcuno che ha quel qualcosa in più, quell’X Factor che non è l’estensione vocale o il passo di danza impeccabile, ma è una sorta di aura che avvolge e coinvolge chi ascolta, chi guarda, chi sta attorno.

Ecco … In una società come quella di oggi capita spesso di appassionarsi ai ragazzi, più o meno giovani, che partecipano a questi programmi, di seguirli, di diventare loro fan e poi …

Poi talvolta ci si scorda di loro. Il supporto resta un mi piace rauco e stanco in uno dei tanti post di Facebook, un cuoricino stampato su una foto di Instagram, un retweet sul social dei cinguettii.

Non voglio essere ipocrita, è successo anche a me.

Tifi per qualcuno, poi questo vince o perde o sparisce e tu … Tu lo dimentichi.

La gente si dimentica
si scorda in un secondo
anche soltanto che tu possa stare al mondo
ma come disse un sommo dall’alto del suo intelletto
non puoi fermare il vento,
solo fargli perder tempo …

Vittorio è stato uno di quei ragazzi, uno dei tanti che è passato in uno di quei fantomatici reality/talent e che, esattamente un mese fa, è volato via.

Un rapper paranoico, dallo stile secco, asciutto e senza filtri. Un ragazzo con piercing e capelli rasta, con gli occhiali dalla montatura rotonda e il sorriso impresso sul viso.

Un’anima particolare, senza dubbio.

Un creativo, vivace e fragile allo stesso tempo, pieno di colori come una foglia d’autunno che, in un niente, si accartoccia su se stessa, si sposta in balia del vento avverso e perisce, nel nulla, lasciando però una traccia impercettibile ma presente.

Petrolio, la canzone di Cranio Randagio, è la scia, la traccia.

Anche chi, come me, ha perso l’urlo di questo ragazzo di vent’anni in mezzo al frastuono, al chiasso del mondo, rendendolo silenzio, grazie a questi versi ottiene una possibilità.

Questa è un’occasione unica che, sentita a posteriori, dà i brividi ma che va sfruttata, assolutamente.

Questo testo ha, secondo me, lasciato l’impronta, un’eco infinita che, se ascoltata, ti scaglia addosso riferimenti più o meno velati alla letteratura contemporanea, ai grandi successi cinematografici e, soprattutto, alla vita: quella vera, sia chiaro!

Nessun fatto romanzato, niente abbellimenti scenici, solo episodi chiari e crudi, nella loro semplicità più dura.

… lei mi vuole ai talent
dice che il talento vale il doppio quando è in copertina
non ci arriva che mi dovrei ricoprire di mantelli come Harry fino a scomparire
qua la fama è fieno nel fienile
e se il fattore arriva infilza col forcone fotte tutte le tue aspettative.
È facile perire … 

Il rap, si sa, non è il genere che ascolto normalmente; tanto meno la musica italiana in generale, ma questi versi hanno quel famoso qualcosa.

Ti corrodono dentro, come un martellare in testa infinito che ti si scaglia addosso senza giubbotto di salvataggio e ti inabissa, in un vortice fatto di esperienze, vita, scelte, più o meno discutibili, certo, ma non per questo da condannare, a priori.

Invito voi, lettori, chiunque avrà occasione di leggere queste mie poche parole, per caso o per fiducia, ad ascoltare questa canzone, a viverla, a respirarla, a sentirla con attenzione. Prendetevi 4 minuti e 11 secondi, mettetevi un paio di cuffie e riflettete, fino all’ultimo verso, fino all’ultima nota suonata.

Non interrompete a metà, continuate: fate risuonare nelle vostre orecchie, nella vostra auto, nella radio del vostro negozio, tra le pareti di casa il suono e la voce di questo giovane che tanto aveva da dire e tanto ha detto, nonostante tutto, nonostante tutti.

Io volerò, volerò via
come un gabbiano pure se il petrolio mi pesa sul torso smorzando la scia
io volerò via, io volerò via
perché nel cielo c’è molto di più
che in questa terra sbranata da gru
che in questo oceano sempre meno blu …

Buon viaggio, Vittorio. Buon viaggio, Cranio Randagio …

Nessun non ce la farai
vale quanto un non mollare.

Rachel

© Rachel Sandman

IMAGINE ALL THE PEOPLE … LIVING LIFE IN PEACE … #Remember #13November2015

Un anno fa.

Esattamente un anno fa il mondo veniva capovolto, scrollato, svegliato di soprassalto.

Il suono di spari e bombe. Il grido insensato di menti malate. Le urla strazianti di vittime senza colpa.

Esattamente un anno fa, a Parigi, al Bataclan, ad un concerto di musica rock, la libertà di espressione, la musica, i giovani, le persone, il mondo, tutti abbiamo dovuto aprire gli occhi di fronte ad una tragedia contemporanea e mondiale.

Riporto quindi qui, così come è apparso il 16 Novembre 2015, sul numero 9 della rivista Art’s Creation, un articolo che ho scritto di mio pugno e di getto, a pochi giorni di distanza da quel 13 Novembre ancora troppo fresco nella memoria di molti e che è entrato, di diritto e purtroppo, nelle pagine dei libri di storia contemporanea.

Una riflessione, uno spunto, uno sfogo … Per ricordare quello che è stato. Per ricordare quello che è.

Per non dimenticare mai il 13.11.2015.


You may say I’m a dreamer … But I’m not the only one

… people have the power to redeem the work of fools …

[le persone hanno il potere di redimere l’opera dei pazzi]

La musica è un linguaggio universale. La musica è ciò che unisce le persone senza distinzione di sesso, nazione, orientamento politico, religione.

La musica crea alchimia. La musica crea atmosfera. La musica ti fa ridere, quasi fino alle lacrime. La musica ti distrugge, solcando un buco profondo in mezzo al petto.

Io vivo di musica. Io respiro musica. Io mi nutro di musica.

La ascolto in macchina, volume a palla quando alla radio passano un pezzo per me particolarmente unico e significativo.

La ascolto mentre studio, come sottofondo ai noiosi capitoli di linguistica che altrimenti mi manderebbero letteralmente fuori di testa.

La ascolto quando scrivo, base vibrante di ogni idea prodotta dalla mia mente, supporto per ogni mia storia creata.

La ascolto quando vado a correre, come fattore essenziale per spingermi al limite, per muovere le gambe, per accelerare.

La ascolto. La vivo. La respiro.

La musica è un groviglio unico, un gomitolo di fili di lana dai colori diversi ma tutti simili. Tutti uniti. Tutti concatenati.

peace parisMusica classica. Musica pop. Musica rock. Musica punk. Musica metal. Musica alternativa. Musica hindie. Musica country. Musica rap. Musica grunge. Etichette inutili per un unico linguaggio dal carattere universale e univoco.

La musica è come le persone. Bianchi. Neri. Rossi. Gialli. Cristiani. Musulmani. Induisti. Italiani. Americani. Francesi. Libanesi. Tutte etichette inutili per descrivere quelli che, alla base, sotto una coltre di pregiudizi, caratteri, vestiti, sono tutti esseri umani.

La musica è rivelazione, diceva Beethoven. La musica è basata sull’armonia tra Cielo e Terra, diceva Hesse. La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori, diceva Bach. La musica è la voce che dice che la razza umana è più grande di quanto lei stessa sappia, diceva Garretty.

Il bello della musica è che quando ti colpisce non senti dolore, diceva Bob Dylan.

Peccato che, nel mondo malato di oggi, andare ad un concerto può essere sinonimo di fine. Brutale. Inspiegabile. Inaccettabile.

E non cambia se al Bataclan, centro fiorente del melting pot parigino, quel venerdì 13 novembre c’erano gli Eagles of Death Metal che suonavano. Non cambia se si trattava di un teatro piuttosto che uno stadio. Poteva accadere ovunque, in qualsiasi momento: la sera dopo, al concerto degli U2, per esempio. Oppure poteva essere in quello stesso luogo mesi prima, l’8 Maggio, quando i Thirty Seconds to Mars sono saliti, tutti e tre, formazione completa, su quello stesso palco, per iniziare lo spettacolo cantando Closer to the Edge.

Questo mondo è un mondo malato, marcio fino al midollo, fino alle interiora: sta a noi però scegliere. Sta a noi decidere. Sta a noi dire l’ultima parola.

… The power to dream, to rule,
to wrestle the world from fools …
it’s decreed the people rule …

[… Il potere di sognare, di dettare le regole, di lottare per cacciare dal mondo i folli … è promulgata la legge della gente]

Perché la vita funziona come un vecchio giradischi: va avanti finché la puntina non giunge alla fine dell’ultima canzone del lato dell’album che ruota attorno al perno e scatta, con un sonoro ‘tac’, per tornare indietro e fermarsi del tutto.

Sta a noi scegliere se lasciarla lì, ferma, a prendere polvere, timorosa di avventurarsi su un nuovo sentiero, o se decidere di alzarci dal divano, afferrarla e posizionarla nel punto corretto, per lasciare fluire ancora quel linguaggio, quel suono che non potrà mai essere azzittito: semplicemente musica.

Perché finché una sola canzone risuonerà tra le mura di un palazzo, finché una batteria farà rullare i suoi piatti, finché un pianoforte scivolerà i suoi tasti in una stanza, finché una chitarra vibrerà le sue corde in una strada affollata, saremo NOI ad avere vinto.

PEOPLE HAVE THE POWER!

  • Titolo dell’articolo: Imagine – John Lennon (1971)
  • Citazioni nell’articolo: People have the power – Patti Smith (1988)

#NeverForget

13.11.2015 – 13.11.2016

Rachel

© Rachel Sandman

Bob Dylan … Un Nobel controcorrente

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Sono ormai tre anni che, puntualmente, quando viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura mi ritrovo davanti alla schermata del mio portatile, con una pagina bianca che attende e la tastiera che, parola dopo parola, inizia a farsi sentire, prima esitante poi sempre più sicura e certa.

Quest’anno la situazione è un po’ diversa: nel 2014, come qualcuno ricorderà, vinse Patrick Modiano; nel 2015, Svjatlana Aleksievič. Personaggi entrambi di spessore, scrittori che hanno fatto sentire la loro voce in epoche recenti, letterati che però, bisogna ammettere, erano sconosciuti ai più, compresa la sottoscritta.

Da ormai più di una settimana invece, come ormai tutti o quasi sapranno, il premio è stato assegnato a Bob Dylan per avere creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana.

Una svolta dunque, una scelta diversa e, a tratti, oserei dire controcorrente, che ha messo al centro dell’attenzione mondiale uno degli artisti più schivi che il mondo abbia mai conosciuto.

Di Bob Dylan si è detto e scritto di tutto, si sa pressoché qualsiasi cosa e, a differenza dei precedenti vincitori, è più o meno conosciuto da tutti. Pertanto ho deciso che in questo articolo non vi parlerò della sua vita: sarebbe davvero banale e anche un po’ inutile.

Voglio dire: al giorno d’oggi, basta aprire un pc o navigare sul cellulare per trovare qualsiasi informazione e biografia.

Vi parlerò dunque del mio Bob Dylan, di come io l’ho sempre vissuto e di come solitamente lo ascolto.

Chi mi conosce lo sa: non sono una sua fan accanita. Non ho i suoi cd né tanto meno i suoi vinili; non ho libri che riportano i suoi testi; non ascolto le sue canzoni nemmeno su Youtube.

Detto questo, non posso dire di non amare Bob Dylan.

E a questo punto, i lettori attenti penseranno davvero che chi scrive è un pazzo, uno non propriamente centrato, una doppia personalità.

Mi spiego meglio allora o, almeno, ci provo.

Non ascolto quasi mai Bob Dylan perché trovo che le sue canzoni, cantate da altri, personaggi e artisti forse a me più affini, assumano quella sfumatura perfetta che lui non riesce a dare o che, forse, io non riesco a prendere da lui.

I suoi testi sono poesia pura.

Bob Dylan è in grado di mettere in versi pagine e pagine di storia americana, vita vissuta di uomini veri, storie toccanti che tendono a svanire nel tempo.

Bob Dylan ha la capacità assoluta di rendere eterno anche un singolo soffio di vento, di rendere immortale una piccola foglia verde speranza.

Attraverso alcuni brevi esempi forse riesco meglio ad esprimere il mio pensiero.

Prendiamo Girls of the North Country. È una canzone meravigliosa che io ho sempre ascoltato nella versione dei Lions, una rock band texana, nata nel 2005, e che è giunta alla ribalta grazie alla serie Sons of Anarchy (per chi non la conoscesse: potete ascoltarla QUI).

Ecco: immaginate dunque il mio stupore quando ho scoperto che, in realtà, i Lions si erano limitati a fare una cover di un pezzo originariamente firmato Bob Dylan! Sono rimasta sconvolta come neanche Mirtilla Malcontenta ai tempi di potteriana memoria. 

Per chi non conosce il pezzo, lo invito ad ascoltarlo: oltre ai suoni, spettacolari, che cambiano a seconda della versione (ci sarà l’amante dei suoni più country che quindi adorerà la versione Dylan – Cash che si trova anche nel recente film Il Lato Positivo; ci sarà chi, invece, come me, adora l’urlo grezzo e moderno dei Lions), il testo è letteratura, allo stato puro. È una descrizione perfetta del paesaggio del Nord America, una poesia in versi fatta di parole ben dosate e sussurrate, un componimento d’amore e rimpianto in cui appare il ricordo di una donna, quasi come nei sonetti romantici della letteratura italiana.

Un’altra canzone che può essere definita soltanto come arte in musica è Like a Rolling Stone. Io personalmente amo la versione roca e grezza fatta da Patti Smith.

In entrambi i casi, comunque, è paragonabile a un inno all’irrequietezza, agli spiriti liberi; è un urlo contro la staticità e le barriere. Il titolo stesso è una similitudine che riassume il pensiero di molti e che non posso non accostare ad un’anima bella della nostra, troppo spesso maltrattata, letteratura italiana: Bianca Garufi. La scrittrice e l’amore più puro di Cesare Pavese si definisce infatti, nel suo carteggio con l’autore piemontese, pietra che rotola. Elemento di una dolcezza unica.

Infine, Masters of War. Beh … Io non vorrei ripetermi ma se, come me, la suonata di Bob Dylan vi convince ma non fino in fondo, provate ad ascoltare la versione di Eddie Vedder del 1992, in occasione del Tributo a Bob Dylan.

È forza. È struggimento. È dolore. È rabbia. È tutto questo gettato in una centrifuga e scagliato addosso all’ascoltatore: ti contorce le viscere senza possibilità di ripresa. È assurdo, ma ogni volta che personalmente ascolto Vedder cantare questa canzone mi ricorda i suoni degli inni tribali, dei canti della terra americana, quella vera, quella dei nativi. È apoteosi. È sogno. È incubo. Tutto insieme.

Ecco, per me questa è la grandezza di Bob Dylan. Può suonare assurdo e incoerente ma il mio discorso mira a questo: Bob Dylan è uno dei migliori cantautori e poeti del nostro tempo, migliore di molti altri perché è in grado di dare voce agli altri prestando le sue parole, donando i mezzi di espressione ad altri artisti più o meno quotati. Tutto per l’arte.

Immenso.

In conclusione, mi stupisco di vedere e sentire così tanti giornalisti e persone di settore sconvolti o quasi immusoniti dalla non risposta di Dylan alla vittoria del Nobel.

Fate sul serio? Perché se ancora vi stupite del silenzio di Bob Dylan, non avete assolutamente compreso la sua persona e il suo mezzo espressivo. 

Bob Dylan non farà mai un discorso, non salirà mai su un palco da oratore ma probabilmente lo vedremo qua e là, in qualche concerto, su qualche palchetto fatto di assi di legno scricchiolanti, con la sua chitarra a fargli da barriera e la sua voce lieve che dà, sempre, ispirazione e vita.

Quindi mettetevi seduti, calmi, nelle vostre poltrone di velluto rosso, rilassatevi e, se proprio siete in dubbio, ascoltatevi una qualche poesia in musica firmata Bob Dylan, nella versione che più vi è consona e che più vi pare adatta. Non potrà che giovarvi.

#PeaceAndLove #ListenToMusic #Always #Congratulations #BobDylan #NobelPrize

Rachel

© Rachel Sandman

Tanti Auguri, Cesare Pavese!

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Il mio rapporto con Pavese nasce tra i banchi delle scuole medie, grazie alla lettura del più classico dei classici della Resistenza, La casa in collina, e prosegue durante gli anni del liceo, grazie ad una professoressa genovese alquanto stramba ma fantastica.

Da subito ho sentito un legame particolare, un filo fatto di empatia e comprensione verso questo autore tanto crudo nei suoi romanzi quanto schivo nella vita reale.

Il pensiero generale attribuisce al ragazzo di Santo Stefano Belbo etichette davvero poco lusinghiere: c’è chi lo vede come un disadattato, un inetto; c’è chi lo considera un timido, un asociale; c’è chi semplicemente lo trova una grande rottura di palle perché, diciamolo, troppo spesso si fa leggere a scuola e le schede libro sono davvero un lavoro lungo e faticoso, soprattutto per libri dalla trama scarna e apparentemente monotona, un po’ come paiono quelli firmati da Pavese.

Beh … Ancora una volta eccomi qua, testimone di diversità, voce fuori dal coro, stonata magari ma urlata, forte e chiara.

Per me, Pavese è arte allo stato puro: come si potrebbe definire altrimenti l’autore di un’opera come I Dialoghi con Leucò?

Io credo che sia davvero uno degli scrittori italiani più belli e, al contempo, più sottovalutati e incompresi del secolo scorso.

Nasce il 9 Settembre 1908 in un ambiente immerso nella Langa più autentica: colline dalle forme sinuose e materne, filari di viti e alberi a perdita d’occhio. Nei suoi primi romanzi, Il Diavolo sulle Colline su tutti forse, ogni battuta di macchina da scrivere, ogni rigo stampato, ogni frase prodotta porta con sé l’odore della terra, della fatica, del sangue e del mito che si avvolgono in una spirale che, fin da subito, annienta e stringe attorno al collo dello scrittore una mano immaginaria tanto impalpabile quanto potente.

Cesare Pavese non è un pazzo, un visionario, un precursore: è un uomo dei suoi tempi, fatto di timore e silenzio, fatto di carne e sensazioni, fatto di sogni. Non è un eroe, non è un cavaliere dall’armatura scintillante, non è un egocentrico, non è D’Annunzio.

È un uomo che si perde, si innamora, si incaponisce, scrive, si disinnamora, si chiude in se stesso, si innamora di nuovo, vive, sceglie.

In un’opera che personalmente ho scoperto da poco, durante i corsi dell’università, traspare forse più che altrove la sua vera essenza, le sue mille sfaccettature che distruggono in un solo momento tutte le critiche di piattezza, noia e bidimensionalità che erroneamente si associano a Pavese: sto parlando di Una Bellissima Coppia Discorde, Il Carteggio tra Bianca Garufi e Cesare Pavese.

Tra le lettere raccolte in questa pubblicazione ogni lettore, anche il più scettico, anche il più annoiato, anche il più cinico, non può non vedere Cesare.

Bianca Garufi è stata un’anima fortunata: è una delle poche donne amate da Pavese ad aver visto il vero io del poeta. Questo rapporto basta, da solo, a spezzare la maschera di personaggio duro e asettico che Pavese calza, a mio parere erroneamente, in troppe pagine di critica moderna e apre un varco nel Cesare più nascosto, quello intimo, quello autentico. Almeno per un po’ di tempo.

Bianca e Cesare, Baronessa e Barone, uniti ma distanti, opposti: lei come una pietra che rotola non sa star ferma, lui riflette, stoico e fermo come un albero che mette radici e da lì non si muove. Lei come una maga, come Circe, lui come un moderno Orfeo: un’unione di mente e cuore, un’unione bilanciata e apparentemente perfetta.

Un’unione che non basta al poeta ma che dà alla sua esistenza uno di quei pochi sprazzi d’azzurro in un cielo nuvoloso e foriero di pioggia. Un’unione che va avanti grazie alla parola scritta sui fogli di carta ingiallita, tra le buste inviate per posta, attraverso immagini di sogni troppo belli e troppo effimeri per durare. Un’unione che non si spezza, mai, se non il 27 Agosto 1950, quando Cesare Pavese, l’uomo, lo scrittore, l’incompreso, l’amante, il poeta, dice addio ad un mondo che non regge più, lasciando dietro di sé una scia di cose non fatte, opere non scritte e dubbi, domande: una su tutte, in particolare, rimbomba ancora oggi, lassù nella Langa che si tinge d’autunno, quella di Bianca Garufi che all’epoca si chiese «Pavese, sciocco, non potevi farti aiutare? Io forse, adesso, ti potevo aiutare …».

Tanti Auguri, Cesare! Buon compleanno, ovunque tu sia …

Rachel

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