Blog Tour – La città di ottone di S.A. Chakraborty

Titolo: La città di Ottone
Autore: S.A. Chakraborty
Serie: Daevabad #1
Data d’uscita: 3 Giugno 2020
Prezzo: 20,90 (Cartaceo su Amazon)
Editore: Mondadori

Trama: Egitto, XVIII secolo. Nahri non ha mai creduto davvero nella magia, anche se millanta poteri straordinari, legge il destino scritto nelle mani, sostiene di essere un’abile guaritrice e di saper condurre l’antico rito della zar. Ma è solo una piccola truffatrice di talento: i suoi sono tutti giochetti per spillare soldi ai nobili ottomani, un modo come un altro per sbarcare il lunario in attesa di tempi migliori. Quando però la sua strada si incrocia accidentalmente con quella di Dara, un misterioso jinn guerriero, la ragazza deve rivedere le sue convinzioni. Costretta a fuggire dal Cairo, insieme a Dara attraversa sabbie calde e spazzate dal vento che pullulano di creature di fuoco, fiumi in cui dormono i mitici marid, rovine di città un tempo maestose e montagne popolate di uccelli rapaci che non sono ciò che sembrano. Oltre tutto ciò si trova Daevabad, la leggendaria città di ottone. Nahri non lo sa ancora, ma il suo destino è indissolubilmente legato a quello di Daevabad, una città in cui, all’interno di mura metalliche intrise di incantesimi, il sangue può essere pericoloso come la più potente magia. Dietro le Porte delle sei tribù di jinn, vecchi risentimenti ribollono in profondità e attendono solo di poter emergere. L’arrivo di Nahri in questo mondo rischia di scatenare una guerra che era stata tenuta a freno per molti secoli.

Il deserto usato come simbolo mistico

In geografia, il deserto viene definito come un’area della superficie terrestre quasi (o del tutto) disabitata, di alta pressione atmosferica da cui le masse d’aria si allontanano, in cui il terreno è prevalentemente arido ed è caratterizzato da scarsa vegetazione.
Il deserto è insomma un luogo dove non c’è vita, non c’è acqua.
Nell’immaginario collettivo, proprio per queste sue caratteristiche, il deserto è diventato il simbolo ideale per incarnare il concetto di isolamento e di aridità, diventando paragonabile al nulla, al vuoto.
Tuttavia, nonostante sia spesso associato alla morte, in un processo a dir poco ossimorico, è anche metaforicamente accostabile al concetto di rinascita e a luogo in cui dimora non solo l’animo ma lo spirito di ognuno. In entrambi i casi, insomma, il deserto diviene simbolo perfetto per veicolare concetti ed espressioni di pensiero, tanto da divenire elemento spesso presente all’interno degli scritti e della letteratura.

Il testo che per primo può venire in mente quando si parla di deserto è indubbiamente la Bibbia. Le Sacre Scritture contengono numerosi episodi ambientati in queste lande desolate, spesso dimora di mostri dalle forme e dalle caratteristiche strane (ne L’Apocalisse di Giovanni); luoghi di perdizione o di prove che l’uomo deve fronteggiare e tentare di superare (Cristo resiste ai tentativi del Diavolo di portarlo al suo fianco).
I 40 giorni di digiuno di Gesù sono, forse, l’emblema più noto ma molti altri sono i passi in cui il lettore si perde tra le dune dorate e solitarie: Giovanni Battista si fortifica nel deserto prima di intraprendere il suo cammino in Israele; l’episodio della manna che cade dal cielo; il viaggio degli Ebrei per raggiungere la terra promessa.

All’interno del panorama sacro e religioso, dunque, il deserto è una fase esistenziale in cui si deve fare i conti con l’essenzialità del vivere, abbandonando le cose che sembrano indispensabili ma non lo sono e che, al contrario, talvolta, diventano addirittura ingombranti.

Nella letteratura laica, il concetto assume sfumature non identiche ma sicuramente simili.
Il deserto dei tartari di Dino Buzzati ne è un chiaro e lampante esempio. In questo romanzo, la distesa di sabbia altro non è se non un’estensione indefinita e compatta dell’esperienza e della riflessione di sé. Il viaggio attraverso le dune è un muoversi costante verso insidie misteriose e fatali che conducono alla morte, garantendo però arricchimento personale e interiore, dove la solitudine è un gradino di crescita all’interno della scala della contemplazione.

Ci sono poi esempi in cui il deserto si riduce a cornice esotica.
Ciò accade spesso, e soprattutto, nella letteratura occidentale: basti pensare, ad esempio, a Il tè nel deserto di Paul Bowles, dove l’ambientazione e le citazioni ad essa annesse sono segnali ed elementi utili all’autore per donare profondità alla storia e maggiore contrastotra i personaggi di differenti etnie.

Infine, la poesia. Anche la forma letteraria più concisa e aulica ospita il deserto come concretizzazione del sentimento del nulla. Giuseppe Ungaretti, ad esempio, nelle sue opere offre un’ampia panoramica dell’uso letterario del deserto. Esso, nella sua duplice dimensione fisica e spirituale, compare da una esperienza diretta di vita, per trasformarsi poi in metafora con ampio ventaglio di significati: la solitudine dopo la morte di tanti compagni nella prima guerra a cui ha partecipato il poeta stesso; la devastazione di Roma barocca, città di rovine e di monumenti consunti dal tempo; la natura selvaggia e feroce del Brasile; lo smarrimento della memoria e l’oblio degli anni della prima giovinezza trascorsi a quattro passi dalle tende dei beduini.

In conclusione, non importa come o in che modo. Il deserto ha da sempre intaccato l’immaginario dell’uomo, creando attorno a sé un alone di mistero e di fascinazione che attrae e respinge, come solo le cose meravigliose sanno fare.

Rachel

© RACHEL SANDMAN

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